Siamo esseri duali… o solo ipocriti organizzati?

"La dualità come alibi morale"

Siamo esseri duali… almeno così dicono.​

Ma cosa vuol dire, esattamente, e soprattutto: chi cavolo lo ha deciso? Perché se guardo il mondo là fuori, mi viene da pensare che non siamo solo duali: siamo bravissimi a usare la dualità come alibi per ogni porcheria. ​

Tecnicamente, in filosofia si parla di dualismo quando si interpreta la realtà come fondata su due principi opposti: bene/male, spirito/materia, realtà/apparenza.
Applicato all’essere umano, questo si traduce in coppie come razionale/irrazionale, istinto/valore, vulnerabilità/forza.
Il cervello funziona benissimo per contrasti: ha bisogno di categorie, di “noi/loro”, “giusto/sbagliato”, per orientarsi. Il problema nasce quando queste categorie smettono di essere strumenti e diventano identità rigide, dogmi, bandiere.
Ed eccolo, lo spettacolo meraviglioso del nostro tempo. 
I fascisti di destra non vanno bene, sono il male assoluto. 
I fascisti di sinistra, pur facendo danni molto simili, lo fanno per il tuo bene. 
Loro no, loro sono “dalla parte giusta della storia”. 
L’omicidio cambia valore in base alla tessera di partito dell’assassino; lo stupro è “complesso” e “da contestualizzare” se lo fa qualcuno, ma diventa patriarcato tossico e violenza sistemica se lo fa qualcun altro. 
La destra mente sui principi e valori, la sinistra li svende pur di vincere le elezioni. 
Il potere logora, soprattutto chi non ce l’ha ma è disposto a qualsiasi acrobazia morale pur di arrivarci. 
La psicologia morale ha un nome elegante per tutto questo: doppi standard.
Lo stesso comportamento viene giudicato in modo diverso a seconda di chi lo compie: se è “uno dei nostri”, lo comprendiamo, lo giustifichiamo, lo relativizziamo; se è “uno dei loro”, diventa subito prova definitiva della loro corruzione.
In sottofondo, lavorano il bias di conferma, il bias di gruppo e la dissonanza cognitiva: il fatto non cambia, cambia la storia che raccontiamo per non mettere in discussione la nostra identità.
Così l’atto concreto – uccidere, stuprare, censurare, mentire – diventa quasi un dettaglio; quello che conta è il logo sulla maglietta. 
Poi c’è la religione, questo raffinato campo di allenamento della dualità. 
La chiesa vende le sue chiese consacrate per fare cassa e per essere “accogliente”. 
Le vende, ironia della sorte, anche a chi accogliente non è, e in nome di un altro “dio” applica regole degne del medioevo. 
Ma si sa: nel nostro mondo duale, se ti uccido, stupro, sevizio, lapido, decapito, può sempre essere “per accoglierti”, per proteggerti, per difendere il vero. 
Poi ti perseguito perché sei tifoso di un altro dio, che a sua volta ha in squadra pedofili e stupratori ben insabbiati. 
E la domanda sul valore della vita resta sospesa, messa in secondo piano da quella molto più urgente: “Da che parte stai?” Da un punto di vista psicologico e sociologico, la religione – come la politica – funziona spesso come identità di gruppo: un brand esistenziale.
Non conta tanto il contenuto del dio, quanto il fatto che sia il nostro dio. Il meccanismo è quello della tifoseria: noi buoni, loro cattivi; le nostre violenze sono incidenti, le loro sono prova della loro barbarie strutturale.
In termini di dualità: abbiamo bisogno che qualcuno incarni il male assoluto, così possiamo evitare di guardarci allo specchio.
Nella vita di tutti i giorni, il copione non cambia granché. 
C’è chi prova a essere il meglio possibile, con tutti i suoi limiti, e chi si incolla addosso qualsiasi identità pur di far trionfare il proprio egoismo e la propria eccentricità, in barba a tutto e a tutti. 
C’è chi cerca il confronto, e chi urla, sbraita, piange, si dimena, disconoscendo a suo piacimento tutto ciò che non è utile alla propria narrazione, alla propria malattia mentale. 
Perché sì, c’è sofferenza, ma c’è anche un investimento preciso nel rimanere ciechi: se vedo, poi qualcosa devo cambiarla. 
La psicologia delle parti interne descrive bene questo teatro. Dentro ognuno convivono più voci e più spinte: una parte cerca senso, responsabilità, dialogo; un’altra parte vuole solo scaricare tensione, avere ragione, dominare o fuggire.
Non siamo monoliti morali: siamo sistemi complessi che si danno una storia semplice per non impazzire. 
La dualità, da questo punto di vista, è quasi inevitabile: è la mappa che il cervello costruisce per orientarsi tra poli opposti – sicurezza/paura, appartenenza/esclusione, controllo/abbandono.
Poi ci sono le tradizioni non-duali, che arrivano e rovesciano il tavolo: ti dicono che la divisione io/mondo, soggetto/oggetto è solo un certo assetto della coscienza, non la verità ultima delle cose.
Che a un livello più profondo c’è una continuità, una unità di base che noi normalmente non riconosciamo, perché siamo troppo occupati a fare il tifo per una metà contro l’altra.
Non è un invito a diventare “buoni” per decreto, ma a smettere di credere che la realtà sia davvero divisa in due squadre e che la nostra sia sempre quella giusta.
Forse, allora, non è che siamo semplicemente “esseri duali”. Siamo esseri duali che hanno imparato a usare la dualità come arma di distrazione di massa: cambiamo le etichette per non guardare i fatti, cambiamo il mostro per non vedere la nostra ombra. 
La domanda vera non è: “Chi è il buono e chi è il cattivo?” 
La domanda è: sono disposto a giudicare gli atti allo stesso modo, indipendentemente dalla maglietta di chi li compie, dal partito, dal dio, dal trauma e dalla narrazione che mi racconto? 
E qui arriva il punto più basso, quello che toglierebbe la voglia di filosofeggiare a chiunque avesse ancora un minimo di contatto con la realtà. 
In tutto questo marciume immondo, segno del crollo degli esseri umani come presunti esseri “più evoluti”, la cosa più deprimente e terribile è questa: i bambini sono diventati nemici.
Nemici da uccidere, da schiavizzare, da soggiogare, da torturare psicologicamente e fisicamente. 
Esistono schiere di adulti che stuprano, vendono, trafficano e fanno cose immonde ai bambini di tutta la terra. 
E nel mondo duale dei tifosi, quasi tutti se ne fregano: non è importante quello che accade davvero, è importante che “noi” abbiamo ragione, che “loro” abbiano torto. 
Il dolore reale dei corpi e delle anime passa in secondo piano rispetto al bisogno di avere un nemico da odiare e una curva da cui urlare. 
In un mondo pieno di ignavi, che girano la testa dall’altra parte mentre si riempiono la bocca di valori, diritti, giustizia e accoglienza a fasi alterne, non so nemmeno più quale possa essere la controparte duale. 
Perché quando i bambini diventano "danni collaterali" del nostro tifo ideologico, abbiamo smesso da un pezzo di parlare di dualità: stiamo semplicemente scavando. 
Stiamo arrivando al fondo del barile. 
E lì non ci sarà niente da raschiare. 
Ci sarà solo da morire – o, per chi avrà ancora un briciolo di coscienza, da scegliere finalmente se continuare a giocare al bene/male da stadio, oppure cominciare a difendere la vita, tutta, senza più sconti per nessuna bandiera.

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